verso la luce

verso la luce a Bari!

verso la luce

Verso la Luce

coreografia e danza: Leonardo Diana
musica: Airchamber3 
poesia: Gertrude Stein 
video: Marzia Maestri
costumi: Lucia Castellana
luci: Michele Rombolini

Debutta nell’ambito di MOVING_movimento 2007 
un progetto di Fabbrica Europa; Festival Santarcangelo dei Teatri; Giardino Chiuso / Teatro dei Leggieri, San Gimignano; Officina Giovani – Cantieri Culturali ex Macelli, Prato; Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili del Comune di Prato.

Lo spettacolo Verso la Luce è uno spettacolo nato dalla collaborazione triennale con Versiliadanza e l’artista  -Susanne Linke-
Il coreografo ed unico interprete Leonardo Diana è accompagnato da tre musicisti (Andrea Ferraris, Luca Serrapiglio e Andrea Serrapiglio) che suoneranno dal vivo eseguendo musiche originali composte per lo spettacolo.
Il lavoro di Diana si compone di tre quadri. Nel primo, il corpo dell’attore dialoga col suo doppio psichico, nel secondo, abbandonato a se stesso, si snoda e si contorce come un meccanismo difettoso, infine cambia pelle per rinascere in una nuova dimensione.
Per usare una metafora abusata, si potrebbe parlare di tre gradi di sviluppo di un insetto: larva, pupo, adulto. Ma la metafora entomologica restringerebbe il lavoro, intenso, generoso e complesso di questo artista, al solo aspetto formale condensato sul finale.
Spettacolo di formazione, si potrebbe anche dire, includendovi il suo senso letterale di passaggio da una forma ad un’altra. Più estesamente, Diana parla, ma senza parole, della condizione umana, dell’uomo disorientato e della sua ossessiva ricerca di un’identità.
In questi tempi di vita liquida, per citare il filosofo Barman, l’identità è caratterizzata dall’instabilità, dal continuo fluttuare verso nuovi stadi che, azzerandosi ogni volta, annullano le precedenti acquisizioni in un processo potenzialmente senza fine. Ma se l’identità è costituita propriamente dal suo permanere, dal suo essere costante nel tempo, l’uomo contemporaneo sembra per questo averla persa, senza però aver rinunciato a cercarla.
Lo spirito, costantemente assoggettato al nuovo che sempre incombe, incapace così di costruirsi un vero e proprio orizzonte esistenziale, sembra aver demandato il problema dell’identità al corpo, al suo semplice apparire e situarsi. L’identità si configura allora come la giusta postura da assumere di volta in volta, per collocarsi e posizionarsi adeguatamente in un mondo in mutazione continua. Di questo sembra parlare il bel lavoro di Diana.
Ma come può il corpo da solo assumersi questo compito? Non può, è la risposta implicita dell’autore. E’ come se a quel corpo, che sulla scena vediamo stendersi e contrarsi senza posa, mancasse il libretto delle istruzioni che lo informasse del suo corretto funzionamento e del ruolo che gli spetta, ruolo che prima di tutto, sarebbe definito e garantito dal gesto appropriato, dal modo giusto di disporsi all’interno dello spazio e alla presenza degli altri. L’uomo che si divincola in scena, come le figure contorte di Francis Bacon, non riesce a stare, ed è sempre fuori luogo, come un Buster Keaton isolato dal consorzio umano e irrimediabilmente estraniato. Se non c’è un libretto delle istruzioni, un’interiorità salda e consapevole, il corpo finisce per comportarsi come una macchina impazzita, si articola senza senso fino a guastarsi, deragliare, e infine esaurire a vuoto la sua carica.
Nel primo quadro l’attore in scena si misura col proprio doppio psichico, ma la proiezione che lo riflette (immagine video) non riesce a trovare definizione. L’immagine oscilla, pulsa, ora abbagliata, ora fuori fuoco, ora sgranata. In qualità di proiezione psichica il doppio può tentare di costruirsi uno spazio vitale possibile, soffia sul soffitto che si allarga, scalcia sulle pareti che si aprono, ma di nuovo i confini si richiudono e la giostra mentale risulta uno sforzo inane. Il doppio psichico, seguito pedissequamente dal suo corrispettivo in carne e ossa, alla fine si arrende, è intrappolato senza vie di scampo e le maglie di una gabbia si ingrandiscono fino ad oscurarlo. Alla psiche che istruiva il corpo non le rimane che abdicare dal suo inefficace ruolo direttivo, ed esce di scena per lasciare il corpo in balia di se stesso.
Siamo ora nella parte centrale dello spettacolo, il momento più drammatico, ma di un dramma freddo, di una disperazione disanimata, privata cioè del suo elemento più specifico, la sofferenza interiore. L’interiorità qui non c’è più. Il corpo è adesso come un rottame che cerca un principio vitale e un senso esistenziale nei suoi stessi ingranaggi. Il movimento, meccanico e feroce, nasce e si esaurisce in se stesso. E’ frenetico e insensato, fino a contorcersi come la replicante acrobata, colpita a morte, di Blade Runner. E di nuovo siamo ad una seconda morte. Da solo il corpo non può darsi un’identità, ed è destinato a soccombere.
A questo punto, uno spirito disilluso, temprato dal pessimismo e dal cinismo, avrebbe potuto terminare qui lo spettacolo. Ma Diana ci riserva una sorpresa e una speranza, la possibilità di rinascere in una nuova forma. Il corpo stremato, accasciato a terra, piano piano si rianima e lentamente si spoglia del suo strato epidermico nero. Vediamo qualcosa di bianco fosforescente sfilarsi gradualmente da quell’involucro scuro, poi, finita la metamorfosi, avviarsi lentamente verso il fondo e qui perdersi e confondersi in una superficie pulviscolare, come una sorta di rappresentazione del nirvana, nella quale l’identità, neutralizzata, una volta smesso di lottare per imporsi, torna a far parte del tutto.
Oltre l’affaccendarsi umano, siamo in un nuovo regno. Forse, sembra suggerire Diana, la soluzione del dramma moderno sta proprio nel rinunciare al confronto, per opposizione, con l’altro da sé, e dissolversi nello strato indistinto e profondo della realtà.

Leonardo Filastò